Sguardi dalla stiva


 

 

Siccome vivo nel “cratere” provocato dal terremoto abruzzese del 6 aprile 2009, Roberto Fiorini, direttore di questa rivista, mi ha pregato di tenere aggiornati i lettori sulle evoluzioni dei lavori post-sisma, soprattutto alla luce di quanto era appena trapelato sugli organi di informazione nazionali riguardo al “movimento delle carriole”. Chi ha avuto modo di vedere Draquila, il film di Sabina Guzzanti, frutto di una presenza costante a L’Aquila e dintorni di molti mesi, si sarà reso conto della situazione attuale vissuta sulla propria pelle dai terremotati.
Il governo del “fare” ha dato sistemazione a molte persone che hanno perso la casa, ma proibisce ai suoi mezzi di informazione (quasi tutti) di tenerci al corrente su quello che sta succedendo “adesso” nei territori aquilani (le dimissioni di Maria Luisa Busi hanno origine proprio da un suo contatto con la gente dell’Aquila che le gridava: “Siete Scodinzolini!”). Non ci raccontano dei disagi di chi, ogni giorno, deve ancora affrontare un viaggio di cento chilometri per raggiungere il posto di lavoro dalla costa adriatica, la disperazione dei vecchi costretti ancora in una camera di albergo perché… i soldi sono finiti per poter ricostruire la loro casa. Per non parlare del dramma di chi, insieme al tetto sotto cui dormire e vivere, ha perso anche il lavoro. Da tutto questo nasce il “movimento delle carriole”, persone che ogni domenica e in questi ultimi tempi quasi quotidianamente si danno appuntamento nelle piazze dell’Aquila per ripulirla, per sistemarla, per differenziare le macerie, per discutere e organizzare il proprio futuro…
Ma mentre stavo pensando a come raccontarvi tutto questo, mi è arrivata una lettera da una insegnante aquilana, Luisa Nardecchia, che nella sua indignazione riassume lo stato d’animo di chi è costretto a vivere, oggi, le conseguenze del terremoto, e ho pensato di proporla ai lettori di Pretioperai.

Pasquale Iannamorelli


 


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Nei miei lunghi trascorsi scolastici è sempre stato fulgido il ricordo di un mio alunno molto particolare, Lorenzo, uno di quelli che ti rendono la vita impossibile, quelli che sono sempre “contro”, sorriso sarcastico, iperprotetti da più parti, scrittura volutamente incomprensibile… avete presente?… quei figli che pretendono sempre “un po’ di più” della tua attenzione. Lo ricordo in una foto di classe, dietro, in alto; mise le braccia a croce come Gesù Cristo. Ebbene, Lorenzo — o come dicevan tuttI, Renzo — un giorno si alzò in piedi all’improvviso durante la lezione e disse con voce ferma: “Sono indignato!”. Stranezza interessante, tanto più che, passati un paio di giorni, il fatto iniziò a ripetersi in modo inquietante. All’improvviso lui si alzava e diceva:
“Sono indignato!”.
Capite bene che dopo una, due, tre volte, il ragazzo venne richiamato dagli insegnanti per l’interruzione arbitraria, e il comportamento fu stroncato in modo abbastanza energico. Stette buono per un po’, poi ricominciò, in modo furbescamente camuffato da opportune variabili: non si alzava più in piedi ma all’improvviso, comunque, dall’ultima fila, emetteva un sommesso… “sì sì, sono indignato…”… e dopo un paio d’ore una specie di singulto… “sono proprio proprio indignato…”.
La situazione si faceva imbarazzante. Un giorno, esasperata, lo presi da parte, e alzandomi sulle punte dei piedi fino al suo naso, con efficacissima calata napoletana, gli dissi: “Loré, ma tu che vuò ‘a me?”. E lui, con espressione stupita, precisò che non c’era niente di personale, semplicemente… lui… era indignato! Lorenzo non sapeva bene “di cosa” o “per cosa” era indignato, troppo complessi e confusi i motivi che dettavano quel turbolento stato d’animo, ma sentiva di esserlo profondamente, e lo diceva a modo suo.
Il Consiglio di classe, dopo una frettolosa riunione improvvisata per i corridoi, gli notificò che basta, doveva farla finita. E così Lorenzo — o, come dicevan tutti, Renzo — non potendo più né alzarsi, né bofonchiare, per non esplodere, se ne inventò un’altra: ogni tanto tirava fuori da sotto il banco un cartello formato A3 con su scritto “Sono indignato!” e lo ruotava a destra e a sinistra! Dopo tanti anni devo confessare che la cosa mi divertì parecchio, e che ne ero anche piuttosto orgogliosa.
Ve lo dico all’orecchio e senza farmi sentire, ma altro è quello che il docente fa, altro è quello che ha nel cuore. E nel cuore io ero contenta che gli fosse scattata la molla dell’indignazione. Dopo tre anni di studi su Catone e sulla virtus latina, cavolo, Lorenzo era l’unico che aveva ben capito la lezione, ben interpretato lo spirito pratico della urbanitas, della civitas, delle arringhe ciceroniane e delle filippiche. Non sapeva bene “di cosa”, non era compito suo capire perché, lo provava e lo diceva. E basta.
La nemesi storica vuole che ora io mi trovi nella sua stessa situazione: sono indignata, e i motivi sono così tanti e confusi che potrei fare una lista, ma non ci riesco, riesco solo a vivere infelicemente e confusamente questo sentimento. Giustamente la reazione è la stessa dei docenti contro Lorenzo: “Ma tu che vuò ‘a me?”. E io rispondo come lui: “Non lo so”.
Sfogo il mio bisogno di ricostruire lavorando come una matta fino a spaccarmi la schiena, e se è vero — come è vero — come dicono gli psicologi, che la parola è salvifica, allora bisogna DIRE. Ma ha un senso rispetto a Lorenzo che si alzava in piedi e lo diceva e lo scriveva? Ha un senso iscriversi a un gruppo “quelli che si indignano” e sublimare così il bisogno di additare le cose che non vanno? E’ un modo poi davvero così efficace l’indignazione? Anche se, in più sfumature, è certamente eredità catoniana adattata alle mutate condizioni.
Mi ricordo che negli anni 80 su un muro di Ingegneria un genio graffitaro evidentemente prossimo all’esame di fisica scrisse: “Tatone il Tensore”. E d’accordo, va così, mutatis mutandis, giuste evoluzioni di antichi metodi, ma cavolo IO SONO INDIGNATA!
Mi indigna la città abbandonata, mi indignano i furti legalizzati dei finanziamenti per i terremotati, mi indigna l’arraffa-arraffa, mi indigna il puntellamento, mi indignano le pietre antiche buttate per terra, mi indigna l’inerzia.
Mi indignano i ritardi ingegneristici che ancora mandano in giro le A e le B, mi indigna che lavori di tamponature ci mettano un anno (e allora il centro storico?); mi indigna che ci siamo messi a discutere su Bertolaso e Guzzanti; mi indigna che abbiamo fatto passare il giro d’Italia come se niente fosse e infatti s’è visto che grandi risultati; mi indigna che i miei concittadini ancora mi dicono: ”Beh t’hanno data la casetta che vuoi di più!”; mi indigna che vogliono che mi sistemo così sto zitta; mi indignano le lapidi spezzate al cimitero, mi indigna che non si sia messo su un servizio uffici dov’era-dov’è (bastava un impiegato) e mi indigna che all’Aquila non andiamo col tom-tom come la gente normale, ma col tam tam come i villaggi dell’Africa.
Mi indigna che i vecchi moriranno al mare, mi indigna che i single non possono tornare (e che invece di dire “poracci, so’ soli”, si dice “meno male che so’ soli”); mi indigna che i padri separati devono dormire nelle roulotte da soli e non possono ospitare i figli senza doversi vergognare; mi indigna che continuiamo a parlare di miracolo come i ciechi a cui danno da bere e intanto gli fregano le elemosine; mi indigna che non riusciamo a venirne a capo.
Mi indigna che ognuno si indigna per conto suo per le cose sue e non c’è un’indignatio collettiva; mi indigna che anche quando i fatti sono lampanti, comunque, gli uomini di parte insistono a difendere l’indifendibile; mi indigna che mi considerano una miracolata perché ho la casetta; mi indigna dover parlare a nome di tanti che ridono sotto i baffi leggendo e poi non fanno niente; mi indigna che ci sono quelli che si indignano della mia indignazione.
Ecco. Lorenzo, Barabba, ladrone in croce, me l’hai tirata e sto come te. E come te io dico “non è compito mio risolvere piccole e grandi cose, c’è gente pagata per farlo, votata per farlo, farlo è il loro lavoro e non sono io”.
Io non posso che occuparmi di ragazzi e far sì che crescano con un sano e consapevole pensiero critico. Criticamente ho cresciuto generazioni di vostri figli, che come Lorenzo si indignano insieme a me. Ma porca miseria, amici, colleghi, persone, gente dell’Aquila, ci vogliamo mettere insieme?

Luisa Nardecchia


 

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